Ode alla vespa

Dopo mesi e mesi passati a liberare vespe nate in casa, a cercare di non ucciderle, per evitare che il fragile ecosistema subisse ulteriori sconvolgimenti, mi ritrovo a raccogliere il cadavere di una piccola vespa vasaia (quelle lunghe, magrissime, che hanno una specie di coda enorme, che in realtà sono le loro zampette) che si era incastrata tra le trame della zanzariera nel vano tentativo di spiccare il volo in libertà.

Mi è dispiaciuto moltissimo, soprattutto perché queste vespe son completamente innocue per l’uomo (e per il mio cagnolino pauroso).

Ho deciso di dedicarle poche righe come encomio funebre e di gettarla nel water, visto che so che l’odore delle vespe morte attira altre vespe.

“oh sorella vespa, giovane corpo sottile, ancora non ti eri sviluppata, eri nel pieno della tua giovinezza nera, senza strisce gialle a riempire il vuoto del tuo cuore. Ci lasci così, come velocemente giungesti in questa stanza, malcapitata! Oh sorella vespa, ti fu fatale incappare in casa Gnu, mentre si studiavano le proteine, di cui le tue membra sono composte interamente. Riposa in pace, giovane vespa.Image

Le attese

Molte volte le attese son positive: pensate un po’ a una madre che sta per partorire…
Altre invece sono eterne, snervanti, come, per esempio, la fila alle poste.
Altre ancora sono da brividi, da ansia, da tachicardia e nausea. Parlo dei minuti prima di un esame.

C’è un tipo di attesa, invece, che ti porta alla delusione, alla malinconia, alla tristezza. Sono le attese vane.

Porto sempre a esempio quella sensazione che provi quando incontri una persona che non vedi da tanto tempo, con cui hai condiviso un’amicizia, una situazione particolarmente lieta o triste, un amore; insomma, un individuo con il quale siete legati, nel bene o nel male. Ecco, capita di incontrarlo, di scambiare due falsissime chiacchiere, di promettere di andare a bere un caffè. Ma lo si sa, quel caffè insieme non lo si berrà mai! Eppure dà un certo senso di tranquillità, come se la coscienza fosse soddisfatta di essersi riempita la pancia di aria e panna montata, rifiutando, finchè può, un piattone di pasta al sugo, o una bella bistecca fiorentina.

C’è un rimedio per il terzo tipo di attesa? Sapete come si può ingannare l’infinito? Questo è un problema un po’ metafisico, un po’ matematico.
Ma una soluzione certa non ce l’ha.

Ognuna di voi sa, perchè ognuna di voi vive o ha vissuto questo tipo di situazione.

Dite che è ricollegata al fatto che essere se stessi non paga? Che è meglio fingere? Che è meglio stare celati sotto una maschera, qualsiasi essa sia? La maschera di pizzi e di merletti; quella di plastica bianca; quella nera di zorro – con annessa la parrucca bionda?- ; quella di Topolino… E chi più ne ha più ne metta!

Un mesetto fa, circa, scrissi un post su quanto fosse corretto, in mia opinione, gettare le maschere, considerando che carnevale è finito da un pezzo; ma la controparte goliardica che c’è in me mi spinge a chiedere a voi tutte, cortesemente, di celare i vostri volti, di tenere il ventaglio tra naso e bocca e di interpretare il ruolo assegnatoci dal regista. Già. Chi è il regista della nostra vita? Talvolta siamo noi stessi, ma altre volte no; altre volte tocca agli altri, a chi ci circonda, a chi ci sta vicino, svolgere il ruolo del regista.
L’unica cosa che ci rimane da fare, in effetti, è decidere se vogliamo farci dirigere o se vogliamo prendere in mano noi le redini della nostra rappresentazione, della nostra vita.

A volte essere se stessi non paga. No. Ma forse dobbiamo accettare la sconfitta e andare avanti? O dobbiamo, invece, rivedere le priorità, compiere le trasformazioni necessarie, cambiare rotta, drogare la nostra essenza?

Fino a ieri ero convinta che magari ne sarebbe valsa la pena…O no?
Non sono poi così sicura che fingere di essere qualcuno migliore possa cambiare situazioni già decise, già passate. O che possa migliorare il futuro.
Forse è meglio rimanere se stessi, almeno, se si deve ricostruire qualcosa, sarà solo un palazzo, quello perduto. E non l’intera città, che tanto ci ha amati così com’eravamo….

Questo post è per voi, che in un modo o nell’altro capite le mie parole meglio di chiunque altro (forse), e questo perchè ci siete passate o ci state passando…

Grazie per come siete, grazie perchè sapete ascoltare, ridere, scherzare, consolare…amare.

Questo post è nato da mille conversazioni, frutto di momenti che vanno avanti da tempo. Da sempre, nel caso di Giò, di Mari… Da tre anni (nonostante tutto), per Ale… Da un intensissimo anno, per Vale e Lucia.
Grazie di tutto. Spero di riuscire anche io ad essere per voi ciò che siete per me.

Questo post nasce per tutte le insicurezze che quotidianamente vi attanagliano, ci attanagliano.
Perchè a volte due parole possono illuminare il buio che ci coglie…

Dedicated to Gio, Mary, Vale, Lucia, Ale… [19.04.10]

La bistecca

“Non sono una bistecca. Non sono una bistecca”. Questo è ciò che pensavo in queste notti di delirio sdraiata sul letto rovente.
Ma in realtà non ero sul letto, ero su una graticola, come San Lorenzo.
C’è un caldo boia, così caldo che forse mi si è rotto anche il termometro interno, che segna fisso 40°.

Ma che sono 40°? Certe lenzuola le lavo anche a 90°!

Il caldo ci porta a fare e dire cose veramente strambe.
Come quella volta che è arrivata una bolletta di Tiscali e con noncuranza ho aperto la busta davanti a una distratta Erania Pinnera.
Ho sgranato gli occhi e ho balbettato un semisilenzioso “Ehi Pinny!” con tanto di voce sorpresa.
“Che c’è?”, ha detto Pinny un po’ irritata perché l’ho interrotta mentre lavorava.
Leggo la lettera, gliela sventolo davanti ed esclamo con tutto l’entusiasmo del momento “Mi hanno ammessa ad Harvard!”

Conformisti o anticonformisti, che poi vuol dire conformarsi?

Mi spiego meglio, spesso si dice di voler uscire fuori dalle righe, di essere anticonformisti. Bah. Mi sa che va di moda eh?
Certi giorni  leggo o sento discorsi molto irritanti, tipici dei So_Tutto_Io, che nella fattispecie sono persone che si credono le migliori del mondo, chissà perché poi, e hanno il bisogno di sbandierarlo, sennò stanno male.
I discorsi in genere sono di distacco da ciò che c’è nell’aria, del tipo “io mi dissocio se tutti i miei coetanei ascoltano Justin Bieber, perché a me fa schifo, perché io son figo, son metallaro perché ascolto i Linkin Park.” (E già questo è tutto dire). Poi magari si scopre che non hanno mai sentito una canzone di Justin Bieber.
Io lo ammetto, non l’ho mai ascoltato, non posso giudicare.
Che poi non ne senta nemmeno la necessità è un altro discorso. Ma solo perché non ho voglia di nulla di nuovo questi mesi, periodo fitto di cambiamenti, perdite dolorose, giorni bui, risalite, risate e sorrisi. Ma son troppo fitti per avere tempo di ascoltare qualcosa di nuovi, di diverso.
Ho bisogno della compagnia sicura di chi non mi ha tradito in questi anni, come il buon vecchio Rino, o i cari amici Tool.
Magari un giorno mi butterò anche in un ascolto serio e imparziale di altri generi a me sconosciuti. E cercherò di giudicarli con equilibrio.
Mi sembra ridicolo, irrispettoso ed eccessivo, invece, sputare a priori senza cognizione di causa.
Come chi dice “vergognatevi di giudicare gli altri, perché voi non siete da meno”.Ah no? E tu che stai facendo in questo momento?
Se io scrivo una frase estrapolata da un contesto, che per te può essere irrispettosa per non so quale motivo, nessuno ti autorizza a giudicarmi come mediocre,  quando non sai nemmeno di cosa sto parlando.
Quindi attenzione, se non si vuole passare dalla parte della ragione a quella del torto.
Trovo proprio antipatico questo comportamento da censore dell’ultimo minuto. Da superiore solo perché in fondo c’è uno strato di insoddisfazione e insicurezza. Si, questo strato c’è anche in me, ma io lo riconosco, non lo nascondo sotto falsi giudizi e sotto la mia corona da Regina Dei Migliori.
Come il Suo fratello, che era figlio unico, io non ho “mai giudicato un film senza prima, prima vederlo”.

E’ TUTTI I GIORNI CARNEVALE…

Cari lettori, caro Go, cara Yakko,

come va la vita dopo i bagordi festivi?
Qui si soffre il freddo e forse un po’ di più.
Presento qui un revival del lontano Marzo 2010, ma ci pensavo stamattina, è un discorso valido sempre, non solo dopo il mercoledì delle ceneri.
E vale per tutti, me inclusa :)Alcune volte anche io partorisco pensieri semiprofondi, che non coinvolgono nè il McDonalds e le carni ivi smerciate, nè il fatto che un luogo in cui cibarsi abbia il nome così bimbominchiesco, tipo “Piadina4U”, che io continuavo a chiamare “Piadina Quattro U” e non riuscivo a capire dove fossero le quattro U, prima di capire che in realtà era “For You”. Va bè, sto divagando.

Insomma, a chi non è mai capitato di rifugiarsi dietro ad una maschera per paura di essere giudicato, per timore di sembrare se stesso, con il dubbio di non piacere agli altri? Chi non si è mai sentito inferiore, senza avere ben presente nemmeno il vero volto di chi lo fronteggia, di chi tiene tanto in considerazione, quasi fosse un semidio in terra, pronto a infondere di caldo piacere la vita insignificante di ognuno di noi?
Tutti abbiamo una maschera. Magari coi merletti, magari di Pulcinella, magari semplicemente bianca ed insignificante. Tutti abbiamo bisogno, senza sapere nemmeno perché, razionalmente, di voler sembrare diversi, sia in bene sia in male. Ma perché, questo?
Tutti diremmo che la cosa migliore è essere se stessi…Allora perché, almeno una volta nella vita, non lo siamo stati?

E’ bello avere degli obiettivi, è bello voler migliorare, ma per forza essere qualcun altro? Per forza fingere di essere più accattivanti ed affascinanti, per poi mandare in pezzi in un attimo il sogno di essere se stessi, di essere qualcuno? Magari non c’è bisogno di sembrare il più brillante, il più pignolo, il più serio, il più pazzo, il più interessante, il più fascinoso, il più intrigante…il migliore. Perchè un migliore non esiste. Come non esiste un peggiore.

Allora, gettiamo via le maschere e mostriamoci pienamente noi, senza timori, senza paure. Se ci apprezzeranno, ben venga. Se ci giudicheranno male, ripartiamo dagli errori, ricostruiamo. Noi siamo i migliori ingegneri di noi stessi. Noi possiamo costruire e progettare, lasciando che la fantasia abbia un ruolo importante, sì, ma che non prenda il sopravvento.

Gettiamo le maschere all’aria, noi siamo più belli così come siamo, senza necessità di celare i nostri bei faccini dietro pizzi, merletti, plastica, coccio.

Gettiamo le maschere e il mondo ci sorriderà.

UN GHIACCIOLO SENZA STECCA.

Questo pomeriggio stavo giusto ricordando quella volta in cui acquistai una scatola di ghiaccioli fior di fragola.

Dopo aver comprato la scatola, decisi di andare a pranzo dall’ormai famigerato Piadina Quattro U, dimentica del curioso fenomeno fisico secondo il quale l’acqua allo stato solido si scioglie se esposta a temperatura maggiore di 0 gradi Celsius.
Di ritorno a casa, nemmeno un’ora più tardi, ho, ovviamente, riposto i gelati in freezer, ma ben presto mi son resa conto che la stecca era stata inghiottita dal mare di panna e fragola precedentemente liquefatta, di recente risolidificata; e quindi l’impugnatura lignea? Ebbene sì, era veramente impossibile mangiare il ghiacciolo senza subìre un attacco massivo di zucchero!
Nonostante sia un banale avvenimento quotidiano, anche quest’esperienza ha i risvolti morali:
1- avete ben capito che non sono capace di descrivere suddetto fenomeno in Italiano corretto! ;P
2- non bisogna mai distogliere lo sguardo da un obiettivo, il rischio che si corre è quello di venire fagocitati dagli eventi e… fare la fine di un ghiacciolo senza stecca.

I LOVE YOU, MA LO SO!

In questi giorni sono in preda all’ ansia e malumori, tra esami finali e preparazione della tesi, personaggi mai visti e mai conosciuti che turbano la mia instabile quiete di vita, insinuandosi in tranquille giornate lavorative e pomeriggi di sole- ombra, tra appunti e nutella, con la pretesa di essere So_tutto_io, comandare la tua esistenza senza averne il diritto, cercando di destabilizzarti dallo scarso equilibrio acquisito.

Dunque, già è stressante fare il poco che sto compiendo, me, misera, tapina studentessa alle prime armi, alla prima tesi, alla prima laurea e al primo tutto quello che vogliamo! Immaginate se, a sbrigare l’affollata quotidianità di quest’autunno 2010, sia proprio io, una che non si arrabbia facilmente! (Così narrano i miti e le leggende e anche i cartelloni di The Big Bang Theory con scritto “Sarcasm!”)
Allora ho deciso di mitigare i miei pranzi e i primi pomeriggi riservati al riposo della mens e del corpus con l’ausilio di un cartone animato che quando avevo 5, 6, 7 anni odiavo dal profondo del cuore, ma che ho rivalutato con il passare degli anni.
Kiss me Licia. Gran bella storia, banale se cresci, geniale se sei piccina. Mirko è l’idolo moderno del palcoscenico, altro che Tokyo Hotel!
42 puntate di relax, nostalgia, belle sensazioni e musica gradevole.
Ora non aspetto altro che acquistare la collezione del manga, così da rileggerla di tanto in tanto, come mi capita con altre storie che svolgono il compito di rifugio dalla tormenta, dal malumore, dalla tempesta.
Sto crescendo di età, ma forse ancora non si vede! A 22 anni, andanti verso i 23, ancora guardo i cartoni, mi diverto e canto a squarciagola le canzoni dei BeeHive!